Mario La Ferla si è dedicato al giornalismo fin da quando frequentava il liceo, quindi cinquant'anni fa. In Toscana, a Pistoia, dove risiedeva, faceva il corrispondente dell' "Avanti!", storico quotidiano del Partito socialista ai tempi di Pietro Nenni.
Quando ancora era iscritto all'università, facoltà di giurisprudenza a Firenze dove tra i professori c'erano personaggi come Giorgio La Pira, il "sindaco santo", e Pietro Calamandrei, prestigioso studioso, se ne andò a Roma.
L'ingresso nei giornali era difficile, allora, e affascinato dal mondo del cinema, che all'epoca era l'industria principale di Roma e dominava l'interesse della gente prima dell'arrivo della televisione, La Ferla lavorò come press-agent presso alcune case cinematografiche, tra cui quella di Dino De Laurentiis.
Intanto collaborava, sempre in campo cinematografico, con alcune pubblicazioni specializzate e gli uffici stampa di festival e mostre internazionali.
Verso la fine degli anni 60 avvenne la svolta. Il cinema stava perdendo la sua grandissima attrazione con l'avvento della tv, il numero dei film prodotti in un anno scese del 50 per cento e i produttori cominciarono a ridurre le spese. Così La Ferla decise di occuparsi anche di altro e, senza dimenticare la prima passione, si impegnò nel settore della finanza e dell'economia, puntando non tanto sugli aspetti tecnici delle vicende ma piuttosto concentrando il suo interesse sui personaggi che animavano la vita economica del paese.
Dopo varie esperienze in alcuni quotidiani economici di Roma, nel 1973 fu assunto da Eugenio Scalfari presso la redazione romana del settimanale L'Espresso". Era ancora il settimanale formato "lenzuolo", cioè grande quanto un quotidiano, e si distingueva per le sue battaglie all'insegna, rimasta celebre, "capitale corrotta, paese infetto>".
Un anno dopo "L'Espresso>" affrontò una rivoluzione grafica e diventò il newsmagazine all'americana che è ancora oggi.
In trent'anni di attività presso il settimanale di via Po, La Ferla si è occupato in prevalenza di criminalità organizzata e delle sue connessioni con il potere politico.
Ha indagato sulla camorra in Campania, sulla 'ndrangheta in Calabria e su Cosa Nostra in Sicilia e negli Stati Uniti.
In particolare ha svelato i segreti più riposti dei traffici di banchieri come Guido Calvi e Michele Sindona, dei morti ammazzati in Sicilia all'epoca delle guerre di mafia per l'assegnazione dei ricchissimi appalti pubblici.
In Calabria è stato all'avanguardia nell'inchiesta sul progetto del Quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, mai nato, legato agli interessi malavitosi dei potenti del luogo e dei loro riferenti politici a Roma.
Dopo trent'anni, quasi al termine della carriera, La Ferla ha chiuso in bellezza grazie a Mani Pulite, della cui vicenda lunga e drammatica L'Espresso è stato uno dei protagonisti.